Carissimo amico, da tempo
mi interrogo sul destino di fedeltà che Lei fa vivere alla
Sua pittura: non racconta che il mondo e le cose della vita,
e pare che tutto sia immagine speculare di ciò che il mondo
vive. Gli alberi sono, le case che abitiamo risorgono, gli
oggetti del cuore e cari allo sguardo risorgono nella Sua
pittura, e pare che la luce non voglia mai scivolare verso
la sera, è sempre misurata e intatta, uguale e sapiente,
un unico mantello per avvolgere in ogni ora e in ogni stagione,
il tempo e le cose del tempo e della storia.
Solo l’artista sembra scomparire, discreto e avvolto nello
scialle del silenzio e del pudore, e scivolare verso l’oblio.
Lei racconta le storie ma la Sua storia di vita la occulta
come un’onta, forse, o forse come una speranza ineffabile.
è una scelta religiosa e filosofica al contempo: sottrarre
al mondo il soggetto, per dare corpo all’oggetto; ritirarsi
come unità di coscienza per far raccontare alla pittura
attraverso il corpo e le mani del corpo soltanto i contenuti
della coscienza che abita il mondo; dare vita all’altro
per evitare il rischio di cadere nella trappola trionfalistica
dell’identità; scomparire per far apparire soltanto il mondo.
Il mondo io trovo nella Sua pittura, questo tempo e non
altro, e tutto fasciato da una luce ascetica e calda, luce
senza tempo, luce degna solo del sogno e della speranza
della pittura.
Carmine Benincasa
|