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Rosemary Salkin Sbiroli 

Corpi primi

 

Come una goccia d’acqua che cade su un vetro e provoca una fessura.

Vedere cosa c’è sotto.

Toccare cosa c’è dentro.

Attenta alla placenta sottile che protegge e divide naturale da artificiale, osserva come ogni minimo tocco incide sull'ordine che quel velo protegge; considera ogni più mite cambiamento e scopre micro universi impalpabili, naturalmente perfetti in ogni loro reazione.

Sovrapposte e ordinate cellule dall’epidermide complessa, si mostrano all’artista in tutta la loro articolata e straordinaria geometria.

Ogni più profondo interno è negli occhi, poi nella pittura, di Rosemary Salkin Sbiroli.

La sua attenzione si concentra sul tempo che trascorre tra lo studio e la scoperta, trascrive tracce, annota moduli ripetuti come basi di una forma. Carte di diverso spessore, entrano a far parte dello spazio della tela o accolgono pittura adempiendo al ruolo di primo supporto. Rosemary predilige la carta per la capacità che questa dimostra di reagire al colore: assorbe il pigmento senza modificare la sua natura ruvida rispetto a quella della tela, della cera e dell’acrilico steso. Dicotomia che prevede tecnica e accortezza per essere ammessa in opera unica; sperimentazione necessaria poiché suggerisce i diversi livelli di costruzione e comunicazione che l’artista vuole esprimere. Esattamente come nelle tele in cui alcune lettere, prese da carte stampate, entrano a far parte dei piani pittorici: trattenute dalla colla sul supporto, costrette in spazi esatti. Esse sono altri segni: ordinati, interrotti, ma mai casuali. Ogni materiale è selezionato in base al suo potenziale d’espressione, spesso questo valore si sintetizza in colore; anche nella carta di cui la tela trattiene strappi come piani d’ombra che proteggono ‘profili’ di discorsi: le parole, segni neri, sono cellule d’informazione.

 

L’azione del dipingere è l’apice che chiude il cerchio di un tempo di osservazione e meditazione profonda. Rosemary trascrive nell’opera una delle milioni di conclusioni possibili dell’evoluzione di un corpo, esattamente come osservata: nel suo durante. Questa squisita attenzione dentro al vero, rivela una realtà ibrida, perché mutevole.

La ricerca dell’artista non subisce il fascino del ritratto del reale, per questo motivo non mima, essenzializza. Cerca il DNA del soggetto e la sua opera si presenta come l’immagine di questo ‘doppio purissimo’. Sfiorata la parte archetipa dei soggetti, scopre la capacità di ogni molecola di subire modifiche nonostante la sua assolutezza. E’ la natura segreta delle cose, è fisica unita alla chimica, è il dono di ogni loro reazione osservata nel punto massimo di calore: un’esplosione che crea corpo continuamente nuovo, unico.

Ogni cellula evolve come natura ordina, ma secondo il suo carattere.

Ogni lavoro dell’artista descrive questo metafisico campo di forze osservate al microscopio del pennello e in questo campo d’azione registra tutto quello che è e suggerisce che tutto è possibile.

L’opera di Rosemary Salkin Sbiroli ricorda la teoria del Clinamen descritta da Lucrezio nel ‘De rerum natura’, cioè la capacità dei corpi primi di deviare dalle traiettorie ordinarie per percorrere nuove strade. Un fenomeno che asseconda un’oscillazione innata ma variabile: il miracolo di una rivoluzione permanente. Il costante momento di genesi crea infinta ‘altra natura’, sicuramente astratta rispetto al dato noto, ma che non perde perfezione nel suo mutare. E’ nuova creazione che partecipa alle infinite variabili d’illimitate forze, scegliendo tra esse Libertà come maggiore delle potenze.

Indispensabile a questo processo di trasformazione è l’ossigeno, evocato nel bianco dei fondi pittorici, delimitato nello spazio di linee rigorose, o avvertito come una necessità nel processo di contaminazione controllata della bianca cera con l’acrilico. Se altro colore lo copre, esso sembra mantenere la sua luminosa forza cromatica sotto, fino al punto di disgregare i pigmenti in diluite colature. Il bianco è utilizzato dall’artista come fondamenta indispensabile ad un’architettura di segni misurati e gradi di colore che creano profili di forme apparentemente conosciuti, eppure, totalmente aniconici.

Una tecnica che procede per stratificazione: partendo dal bianco addiziona smalto, acquerello, pennarello, acrilico dipinto o attaccato come ‘rappreso in forma’ sopra ad uno specchio, alla conclusione di un processo di asciugatura che lo rende elemento di collage, scultura sottile. Poi, Rosemary aggiunge matita e procede ‘in punta di penna’, se l’incisione del velo che la separa dalla sostanza richiede massima cura.

 

La mescolanza di tutti i medium produce una miscela conturbante sul supporto, ogni elemento-identità-colore fa il suo corso tra severe linee direttrici che incorniciano spazi intoccabili.

 

Dai fondi alla superficie emergono parallelepipedi inclinati da forze misteriose, raramente aperti e solo in parte. In questi prismi respira il bianco o altro colore riposa. L’artista sembra affidare pigmento puro ‘al sicuro di una forma’, l’esterno, rispetto alla figura che trattiene, è impeto ed emozionata quiete: sovrapposizione, sfumatura, colatura, assi, lontane somiglianze, frammenti d’energia; la percezione dell’esplosione di quanto, dentro, si contiene e si prepara.

 

Si avverte la responsabilità assegnata a ogni elemento pittorico.

Il tempo dell’opera è infinito, diviso tra reale e ‘subreale’ richiede attesa, pazienza e cura. È il tempo di un’incubazione.

Non c’è stasi, alcun rumore.

Rosemary Salkin Sbiroli registra il respiro di un universo che, lentamente, muove e, continuamente, crea.

 

Romina Guidelli